Monologhi dei Cittadini di E. P. De Plano

P1140989_RVengo da un passato che a molti può sembrare remoto.
Nella mia giovinezza un fervore di iniziative si affollava sotto la mia architettura in ghisa smaltata e ferro, nella novità sensazionale di penetrare per la prima volta edifici luminosissimi e non fatti di pietra e mattone, legno e calcestruzzo.
Ampio come una cattedrale, celebravo il progresso ed ero usato spesso dai regnanti di varie nazioni per celebrazioni e spesso per importanti avvenimenti internazionali, come fiere della nuova tecnologia.
Ricordo quanta meraviglia suscitasse la grandezza e trasparenza delle mie vetrate che aprivano sull’esterno verso parchi e permettevano, dalla copertura di vetro, un’esposizione totale al sole e al cielo, mai prima viste in edifici.
Ora sono sede di giardini botanici, che scolaresche e appassionati vengono a visitare, ma i giorni gloriosi delle bandiere sono passati, e io stesso, nato negli anni ’10 con l’Art Nouveau, sono ormai un vecchio centenario.

Photo: Giuseppe Marceddu / AeronikeAbito una veste formalmente ispirata a numerosi elementi architettonici: dagli anni ‘30 con il Bauhaus e il Funzionalismo, a particolari costruttivi moderni, in cui qualcuno di voi riconoscerà forse l’architettura di Calatrava.
Abita in me uno zeitgeist che ha conosciuto, in contrasto con le promesse dello sviluppo tecnico in settori umanistici, anche un prevedibile e contemporaneo sviluppo bellico. Le nostre strutture fatte per migliorare la vita sono state usate da burocrati totalitari come vanto per progressi non loro.
La dittatura schiaccia il singolo e in me una piccola figura è isolata in una rampa. Ma nonostante la mia natura formale possa perfino farmi sembrare altera, le mie mani sono giunte in preghiera, a significare attesa, stanchezza interiore mentre il mio volto lunare dorme il sonno di chi attende un risveglio e una liberazione.

Photo: Giuseppe Marceddu / AeronikeCome una mannequin, abito un vestito complesso, indossando con disinvoltura un tessuto tecnologico ispirato ancora a reminiscenze futuristiche lontane dalla mia età, al lessico degli anni ‘60 e a quello che ho sentito definire Space Age.
La mia base è di vetro opaco, come il resto del mio fusto ed il mio seno trasparente.
Ho albergato a lungo uffici, che secondo il metro umano erano considerati molto importanti, come sedi di banche e assicurazioni etc.
Ma nelle stanze e anditi di quegli stessi uffici cui l’umanità si perdeva nell’anonimato, nella rivalità, nel mito della ricchezza materiale e del facile fatuo edonismo, sentivo dolore.
Non mi sembrava di esser nata per questo : ricordo nella mia giovinezza i giovani uniti in manifestazioni di protesta per un mondo più autentico e in conquiste sociali.
Tutto sembra cancellato ora ed io sono qui immobile sognante, ad attendere tempi nuovi e più umani sfidando il vento del presente.

Photo: Giuseppe Marceddu / AeronikeAppartengo per nascita alla generazione degli anni ‘70-’80. La nostra classe veniva chiamata High Tech e tante speranze furono riposte in noi, appariscenti protagonisti del palcoscenico delle Metropoli.
Ma ci ha abitati solo la finanza speculativa, che da allora ha gonfiato i portafogli di shareholders e creato le bolle nel ‘93, poi in quella del Nasdaq del 2001 in quella dei mutui subprime nel 2007 e infine nella conseguente bolla immobiliare (ancora in corso), tale da generare una grave crisi e far temere une recessione che coli a picco l’Economia mondiale.
I manager d’assalto, i Gordon Gekko, avevano in noi immensi uffici per razziare con gli strumenti più pericolosi dei raiders.
Il mito della “distruzione creativa” imperava.
Molti uffici ormai sono vuoti per il fallimento di imprese, multinazionali e banche.
Io stesso tengo, nel mio braccio sinistro cilindrico, una valigia simile a quella degli esuberi e esodati refluiti via con la marea tra le macerie di tanti sogni di ricchezza infranti, almeno per chi non sta ai vertici.

Photo: Giuseppe Marceddu / AeronikeE come elegance, per un’eleganza formale tipica di molte rilucenti torri delle Megalopoli contemporanee.
Sono nato nei ruggenti anni ‘90 e ho visto la tempesta sradicare piccole e medie imprese che avevano i loro studi di rappresentanza dentro il mio corpo di cemento-acciao e materiali misti, e perfino la dissoluzione di grandi multinazionali che con i loro alveari avevano saturato ogni piano della mia interna struttura.
Ho visto uomini d’affari accordarsi in sessioni di fratellanze risalente a Ordini medioevali, evolutisi e ramificati in caste e mi ha abitato un potere economico occulto capace di decidere le elezioni degli uomini più potenti del pianeta, le politiche energetiche globali il contenimento di altre potenze, con le guerre esterne e perfino la repressione interna
La mia eleganza era stata studiata per farmi abitare da uomini del tutto diversi, partorita da architetti che avevano in mente gli anni ‘20 e il Radio City Music Hall tra le altre cose, l’età del jazz…
Muto, chiudo gli occhi alla realtà che alcuni paragonano ai mondi di Huxley o Orwell. Attendo socchiuso tempi nuovi e rigenerati.

 

Enrico P. De Plano

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